martedì 3 luglio 2018

#MUTA


image Era diventata muta all’uscita dal cimitero, alla fine della breve cerimonia per la sepoltura del figlio. Parenti e amici si avvicinavano a lei e alle sue figlie, borbottavano parole di circostanza, qualcuno piangeva, qualcun altro le suggeriva di farsi coraggio e di ricominciare a vivere per le sue ragazze e per i nipotini che tanto la adoravano. Lei rispondeva a tutti usando gli occhi, la  mascella contratta così che la dentatura appariva in evidenza sulla pelle chiarissima, come se la parte inferiore del suo viso fosse quella di un teschio coperto da un pezzo di stoffa ben teso. Sul momento nessuno ci aveva fatto caso – come immaginare che potesse essere più semplice e meno agghiacciante di così affrontare una tragedia come questa? – e ancora i convenuti non sembravano cogliere il cambiamento che era intervenuto in lei. Quando provi ad accomiatarti da una madre che ha appena sepolto il figlio, magari a consolarla con qualche parola affettuosa, non fai certo troppo caso a lei. Sei troppo attento a non dire o fare cose sbagliate, a toglierti velocemente dall’impiccio e a tenere lontano il pensiero di come ti sentiresti se fossi tu al suo posto, poi a reprimere la soddisfazione di non esserlo. 

martedì 5 settembre 2017

Musiklife: Cuttin' in


Il giorno prima del suo ventinovesimo compleanno muore in una stanza d'albergo di Atlanta. E' il 15 di aprile del 2008, un secolo fa dal punto di vista dello show business che tutto consuma e in fretta. Eppure i dischi di Sean Costello continuano a girare, le sue esecuzioni a passare su tutti i canali di musica blues e non solo su quelli.  Il coroner scriverà che si tratta di una morte per assunzione accidentale di farmaci. Sean ne prendeva tanti, soprattutto per tenere a bada la sua sindrome bipolare che gli tormentava la vita e alimentava il suo genio.
Era nato  a Filadelfia, ma all'età di 9 anni si era trasferito con la sua famiglia nel sud, ad Atlanta. Ancora bambino aveva cominciato a suonare la chitarra, imitando Howlin'Wolf di cui aveva acquistato "Rockin' Chair" quando non aveva ancora dieci anni.  A 14, partecipa per la prima volta e un concorso e lo vince, conosce altri musicisti e con loro forma la sua prima band. Due anni dopo - Sean ha appena 16 anni - pubblica il suo primo album "Call The Cops", un successo nel mondo del blues elettrico.

lunedì 10 luglio 2017

Musiklife: American Idiot

"Intorno a noi si sta formando una cappa grigia. Ci impedisce di vedere oltre, lo sfondo si fa sempre più incolore e indistinto... fra un po' sarà del tutto invisibile". Seduta al tavolino di un bar scalcagnato e poco pulito della zona islamica di Mostar, Claudia si aiutava con le mani e con il resto del corpo disponibile per rendere più ficcante la sua affermazione. Suonava come una richiesta di aiuto; aiuto a capire, a smentire quella brutta sensazione che le stava avvelenando l'anima, a saltare oltre l'ostacolo per trovare nuovi modi per affacciarsi al mondo con l'ottimismo che prima non aveva mai perso.
Perfino il bambino che le stava attaccato al seno e che aveva smesso di succhiare addormentandosi di botto, per fino lui cominciava a sentirlo evanescente, più lontano, come se quell'empatia che li aveva protetti dal mondo negli primi otto mesi della sua vita stesse lasciando il posto al distacco. Aveva sempre pensato che il distacco sarebbe stato del bambino dalla mamma, in una progressiva e lunga ricerca di collocazione autonoma nel mondo attraverso una strada accidentata di autonomia, attraverso sbagli e  successi, gioie e dolori, amarezze e dolcezze. Invece era lei, la mamma, a staccarsi con troppa rapidità dal suo bambino. Non voleva che fosse così, ma la sua testa andava per suo conto.
Bob interruppe il silenzio inebetito: "Dai, non preoccuparti. E' un momento così, forse sei anche più stressata del solito perché cominci a sentire le fatiche della maternità.

domenica 19 marzo 2017

Musiklife: Fanfare

Incenso, che puzza. Adesso poi li fanno anche aromatizzati con prodotti chimici che dovrebbero imitare le essenze orientali. Il risultato finale è un fetore insopportabile che impregna stanze, vestiti e perfino oggetti che normalmente non hanno odore. Magari qui dentro tutto 'sto incenso serve anche a mascherare l'odore dell'erba, mi sa che ne consumano parecchia.
Certo che sembra davvero si essere tornati indietro di cinquant'anni: atmosfere orientaleggianti, loro che ti parlano come se fossero strafatti - e magari lo sono - e pieni di amore universale. Ne hanno così tanto che straborda fuori dalle loro persone e scivola lungo il pavimento fino a te. Collanine, dell'incenso ho detto, profumi forti di patchouli in tutte le varianti possibili. E le musiche in sottofondo: sitar, coretti alla CSN&Y, armonie west coast e tanta pace. E Jonathan Wilson.
Capelli lunghi, disordinati, con qualche treccina qua e là, occhi sottolineati col kajal usato da una mano tremula , sguardo penetrante e velato da una canna non ancora smaltita, gestualità consapevole e grave, ieratica al punto da trasformare il lavoro del commesso in un rito di profonda spiritualità.

giovedì 9 febbraio 2017

Musiklife: Cosmo's Factory

Andrea li conosceva già per Suzie Q, ma non aveva capito di che pasta fossero fatti veramente. Pensava che si trattasse di una delle tante band americane da una canzone e via, ce n’erano tante e di molte si era già dimenticato. Alla radio le loro canzoni non le mandavano proprio, neanche ne parlavano le poche trasmissioni musicali per i giovani come lui: tutte le attenzioni ai Byrds o addirittura ai Guess Who - guà due anni dopo non se li ricorderà più nessuno. Una canzone epocale, “American Woman”, poi più niente - per non parlare dei Canned Heath e dei loro blues tiratissimi, resi ancora più particolari dalla voce del loro cantante. Lui e i suoi amici erano ammaliati da Aqualung e dalle suites dei Genesis, dunque misiche ben lontane dalla potenza feroce di John Fogerty e soci e dall’orecchiabilità sempre in bilico fra tradizione e pop.
Gliene ne aveva parlato una fiamma del tempo e lui, più per fare colpo su di lei che per reale interesse, una sera a casa si mise al lavoro: ascoltava Radio Luxemburg, quasi unica finestra sul mondo della musica.

mercoledì 8 febbraio 2017

Musiklife: Abraxas

“Ce n’ho pochissimo, non basta nemmeno per un giro”, borbottava Max sbriciolando un microscopico pezzo di hashish che aveva raccattato da un suo contatto la mattina fuori da scuola. Non staccava gli occhi dalla cartina, timoroso di perdere anche solo una briciola di quella minuscola pallina.
“Aggiungiamoci un po’ di thé insieme, mi hanno detto che si sballa anche con quello”, Virginia si era inserita come se sapesse tutto lei. Lo faceva sempre, forte di una famiglia che le aveva insegnato a non dimenticare mai che lei era una ricca borghese, un’altra cosa rispetto a quei sui amici capelloni e proletari, figli di impiegati quando andava bene, sennò ancora peggio. Lei oscillava come un corpo in perenne disequilibrio: un momento pendeva pericolosamente verso lo snobismo insopportabile, subito dopo la trovavi all’estremo opposto, pronta alle esperienze più ardite. Lei era quella più “avanti”, sembrava non avere paura, anzi trascinava gli altri verso tutto ciò che rappresentava la trasgressione: le droghe disponibili le provava tutte, ma non spendeva mai una lira per comprarle, andava a scrocco.
Era anche l’unica che aveva provato ad avere rapporti sessuali completi… o quasi.